Bentō

I miei primi bento box

Praticità ed un occhio di riguardo all’estetica

Tutto nasce da qui. Da queste meraviglie giapponesi che ti implorano di smetterla di riempirle di papponi informi e monocromi, di avanzi buttati lì alla bell’e meglio, e di prenderti cura del tuo pranzo e per estensione anche di te. Parlo del Bentō, il pratico recipiente usato dai giapponesi per il pranzo fuori casa.

Le abbiamo viste tutti prima o poi, nei cartoni giapponesi, queste scatoline avvolte in colorati tovaglioli (furoshiki) che gli studenti mettono nello zaino e che poi tirano fuori all’ora di pranzo, magari offrendola al proprio amato/amata. Sono i Bentō (bento box), contenitori di cibo monoporzione con coperchio e vari scomparti e divisori.

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La comodità del Bentō è che in un unico contenitore (o più contenitori che si incastrano insieme fino a diventare un oggetto unico – nella miglior tradizione mecha anime) si possono inserire diverse pietanze: il primo e il secondo, oppure pietanza principale e contorno, oppure anche diversi condimenti, frutta, dolce. Non bisogna più scegliere tra praticità e sostanza, non bisogna più scegliere tra portarsi un borsone pieno di tupperware, o un unico tupperware in cui le pietanze si mescolano insieme formando il pastone dei pesci (mio padre era pescatore, portate pazienza).

Con il Bentō inoltre hai perfettamente sott’occhio le quantità delle porzioni: le dimensioni ridotte (ce ne sono comunque di tutte le misure) non ti portano a riempirlo troppo come faresti con un tradizionale contenitore per alimenti, cosa comodissima per chi magari segue la dieta. Ti insegna ad eliminare il superfluo e quanto sia comodo avere il cibo tagliato a bocconcini: niente coltello e forchetta, ma solo bacchette (ok, la forchetta si può perdonare).

Ovviamente i giapponesi, essendo giapponesi, hanno fatto della composizione dei Bentō un’arte e prodotto un’infinità di gadgets per la produzione dei cibi. Ammiro molto i Bentō artistici giapponesi, ma io nel mio piccolo, che non ho né il tempo né la pazienza per creare opere d’arte col cibo (e comunque poi mi dispiacerebbe mangiarle), mi limito a cercare di comporli in modo che siano esteticamente piacevoli e che rendano la pausa pranzo un momento in cui volermi bene.